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lunedì 7 luglio 2008

Controcorrente


Ho visto la mia vita

dissipata da un sogno ricorrente.

Nulla consiglia più di un gabbiano

controcorrente.

venerdì 21 marzo 2008

Messaggino


Lì, dove qualche volta ho sostato

ancora brucia l' erba

su cui poggiai la fronte.

E la bocca ammutolisce

al riverbero di mille soli

con cui inondai la poesia.

martedì 13 novembre 2007


Non lasciare avvizzire i capelli
se l’umidità volgare ti sarà
fatale. Credi agli spiriti superiori
che varcarono la vita
e non li riconoscesti.


Settembre/1999

lunedì 5 novembre 2007

E’ una giornata che invita all’ascesa

di fronte all’albero turchino d’aria che sta dietro i palazzi

e chiede scalate di luce fino alle volte della giovinezza

sbiadita.

2002

domenica 4 novembre 2007

La verità è il bosco
che brucia
senza testimone.


29/12/2001

Al massimo

Salito sull’incudine che mi ponesti
ostentavo baldanzose oscenità;
nella camera mi compiacevo sempre; poi
offrivo all’amante del vicolo il canto:
faremo – dicevo – passeggiate sui prati
avendo tra le mani il pinzimonio
roteando il tuo matrimonio
baceremo la moglie gioviale.
Ora è ora di andare
come zombi dal demonio.
Coraggio, vieni a mangiare
datteri acidi nell’olio;
ieri credevo di sapere
e oggi mi va di sperimentare;
o sapere alla gente fa male.
Dicembre/1999
Sono qui con te. Mi dispiace.
Tua madre ti crede serena
in un paesaggio da cartolina
e non sei una divinità
di questa mia collina;
semplicemente
sei la pecora che guarda l’erba
senza mangiarla.
Dicembre/1998
Le margherite gialle attaccate al marciapiede
sotto il sole d’estate – un po’ di vento
le piega – sopportano asfalto e marmitte. Un cane
le disseta: sono nate su cacca
di cane.
Giugno/1999
Quando penso alla vita desiderata
siedo s’un prato verde marcio
tra alberi di carta e musica rock.
L’afa del giorno lascia respirare
e la polvere di zampe di scarafaggi
non oltrepassa l’orizzonte della collina.
Ogni disuguaglianza cessa tra gli steli
di margherite gialle, accanto a un fiume
sazio di bagnare stracci che sanno di marmitta.
E la polvere d’oro inumidisce le chiome;
sorrisi distesi; e gli alberi coprono
la città del dovere.
1999

PROFUMO

a Patrick Sùskind

Tutti i profumi del mondo a rallentatore
per sentire d’essere passato come aprendo
una finestra su un unico giardino sensuale
perché voglio essere un tempio di fragranze.

E’ il mio bisogno d’essere oltre le necessità.
Con meticolosità userò gli unguenti profumati
mescolati alle essenze pure; aprirò la porta
senza far rumore e ti prenderò la chiave.

I tuoi capelli e il tuo incarnato. La tua alba
violata solo dalla luce distillerò nell’alambicco
come un sudore dolciastro da non dimenticare
completerò il coro delle essenze nelle fragranze.
Introduzione (da "Raggi di luce" - poesie)

Ho trascorso ore e ore nelle librerie di tutta Italia alla ricerca degli spiriti gemelli; con fatica mi avvicinavo allo stile dei poeti dell’Ottocento; ma in generale a tutta la poesia non essendone abituato e ritenendola, mio malgrado, un genere letterario superato e poco comunicativo.
Fin dall’inizio, mi dicevo che stavo intraprendendo un cammino solitario dove gli interlocutori, probabilmente, sarebbero stati i libri che leggevo e i pochi lettori amici a cui, per affetto, avrei sottoposto le composizioni.
Alla fine, dopo aver sfogliato centinaia di volumi ed aver letto poesie di autori che non conoscevo, non avendoli studiati a scuola – essendo essa, per quanto riguarda la poesia, quasi sempre l’unica struttura che ci fa avvicinare a questo genere – individuai quelli che chiamo i miei maestri: nell’ordine cronologico di analisi e lettura: Arthur Rimbaud ed Emily Dickinson.

Conobbi A. Rimbaud grazie al film Poeti dall’inferno di Agniezska Holland, che mi avvicinò ai due poeti amanti e ribelli di cui avevo solo sentito la fama da incalliti perversi; tale era la considerazione che una cultura perbenista mi aveva costruito di loro.
Stupito dai concetti espressi dal film, comprai un libro che conteneva tutte le poche opere di quell’incredibile adolescente; e solo ora sono in grado di contare i pianti d’invidia ammirata sul Battello ebbro e sull’ultima parte intitolata Addio di Una stagione all’inferno.
Cosa mi ha insegnato Arthur?
Sicuramente che in poesia bisogna dire qualsiasi cosa senza timore, preconcetti o celandosi dietro a frasi ben dette ma vigliacche e vuote. Che bisogna vivere intensamente la vita, curandola come fosse l’unico lavoro che conta, di fatti esemplari per la crescita. Che la poesia è insieme di immagini costruite con il sapiente uso della parola, delle figure retoriche e di alchimie (usando un suo vocabolo caro) linguistiche a cui nessuno mai aveva pensato, tali da risultare coinvolgenti, commoventi. Che bisogna sconvolgere i sensi commossi dal dolore del mal di vivere accompagnandoli nel costante esercizio della riflessione della coscienza attraverso i ricordi.


Andai avanti e leggendo avvalendomi di un gusto che via via si era fatto più attento, incappai in quell’anima stranissima e universale di E. Dickinson.
I suoi epigrammi mai retorici o noiosi sempre ispirati, essenziali, evocativi, disarmanti, metaforici e infine avvalendosi di similitudini semplici tratte dalla quotidianità e costruite sempre sugli stessi elementi con mille variazioni sul tema; costituivano un corpus di migliaia di componimenti che trattavano gli argomenti più disparati con particolare attenzione alla domanda intima sul senso della vita e sulla speranza dopo la morte.
Senza dire molto, imparai la mia seconda lezione: la brevità come sintesi di contenuto-forma; l’uso delle metafore visive per esprimere un solo concetto universale; la ricerca della parola semplice per essere comunicativo, sensitiva e affascinante; la poesia come interrogazione e messaggio intimo d’amore verso chi si ama; la poesia come ricerca di nuove forme da condividere con il lettore alla ricerca dell’evoluzione dello spirito, nuova a ogni lettura.

L’Autore